Runner a colpi di Virgate.

Estate del 1986, ricordo ancora quei pomeriggi calabresi, a casa di mia nonna Annunziata.

ANNUNZIATA

Alle 14.30 c’era talmente tanto caldo che anche le cicale si zittivano e andavano ammare a fare il bagno. A quell’ora, e con mia nonna, un bambino poteva fare solo 3 cose: dormire, stare sotto l’ombrellone finché non erano passate le 3 ore della digestione, andare da zio Vincenzo.

Ma andiamo ai fatti.

Avevo 7 anni. Credo sia stato quello il periodo della mia vita in cui imparai che correre non era semplicemente sudare, ma dover tagliare la finish line (porta di casa) entro un determinato tempo. Quello che oggi chiamiamo il personal best. Ecco, essere andato dallo Zio Vincenzo significò che da lì a breve sarebbe iniziato il periodo del carico di allenamenti.

I ruoli erano così divisi: Nonna Annunziata era il Personal Coach, Zio Vincenzo il Runner Motivator ed io ero l’atleta che doveva fare il personal best.

Ma cosa succedeva?

Quando arrivavano le due e mezza del pomeriggio significava che, se non si era in spiaggia sotto l’ombrellone, era arrivata l’ora della pennichella pomeridiana. Figuratevi, un bambino di 7 anni che dovrebbe andare a dormire. Avevo voglia di giocare, correre, sudare, andare in cortile a guardare cosa facevano i ragazzi più grandi insomma, quelle cose lì. Con nonna Annunziata questo non era possibile. A letto o niente. Al massimo potevo guardare la televisione, ma solo dopo aver fatto almeno un’oretta di sonno. Solitamente dormivo talmente poco che mi svegliavo sempre prima di lei e andavo davanti alla tv a guardarmi qualche film. All’epoca tutti i pomeriggi passavano delle pellicole di due attori diventanti poi fra i miei preferiti: Franco e Ciccio. Dormire il pomeriggio non mi piaceva; quando arrivava l’orario fatidico io scappavo per casa rischiando di far venire un infarto a mia nonna che non riusciva a prendermi.

Un giorno Annunziata mi disse (in calabrese):”Non vuoi venire a letto? Allora vai da zio Vincenzo e fatti dare una Virga”. Io ero un bambino innocente, del nord. Venivo in Calabria solo per le ferie. All’epoca abitavo a Sant’Ilario d’Enza, piccolo paese fra Reggio Emilia e Parma. Cosa volete che ne sapessi di cosa fosse una Virga.

Presi l’occasione al balzo! Decisi che, pur di non andare a letto, sarei stato disposto ad affrontare il caldo delle 14.30 ed andarmi a fare un giretto fino a casa di mio zio Vincenzo, circa ad 800 metri di distanza. All’epoca ci si faceva meno problemi a mandare in giro un ragazzino di 7 anni.

Arrivato a casa di mio zio bussai alla porta e, dopo aver bevuto un bel bicchiere d’acqua, gli dissi: “La nonna mi ha mandato a prendere una Virga”. Lui sorrise e mi disse “Chi cumbinasti? (cos’hai combinato). Subito non diedi peso a quella domanda e a dir la verità non riuscii neanche ad immaginare cosa dovesse darmi. Forse qualcosa da mangiare? Forse un regalo per me?

Lo seguii e vidi che si dirigeva verso un albero d’ulivo. Prese un ramo, lo spezzò come fosse Gesù Cristo con il pane ed iniziò a togliergli tutte le foglie fino a lasciarlo nudo. Tipo un frustino….

Tutto contento tornai a casa da mia nonna. Si erano fatte circa le 15.30. Entrai in casa, andai sul balcone e la vidi che mi aspettava. Gli diedi quello strano ramo d’ulivo che nel mio immaginario era associato alla pace, portato nel becco della colomba bianca. Ecco appunto, nel becco della colomba bianca e non nelle mani di mia nonna.

Una volta che ebbe fra le mani lo scettro del potere mi ripeté la domanda: “Vai a farti mezz’ora di sonno?”. A qual punto, quasi in concomitanza con il mio no e con lo scatto per la mia fuga, capii cos’era la Virga. Una pazzesca sfibbiata sui quadricipiti con conseguente silacco lividinoso** mi paralizzò la fuga. Il bruciore era talmente bruciante che correre sarebbe stato impossibile e disubbidire sconveniente. Quell’arma, associata alla zelante insensibilità di mia nonna, era inaffrontabile anche per un piccolo runner scaltro e strafottente come me.

Da quel giorno, sotto l’ombra sempre presente della Virga, il mio Personal Coach mi obbligava ad allenamenti estenuanti: “Vai a prendere il pane e torna entro 10 minuti”, “Vai dal macellaio e prendi quattro fettine di vitello, ti guardo dal balcone e vedi di non fermarti a chiaccherare”.  Fermarsi a dare due calci ad un pallone con qualcuno che si incontrava per strada significava dover recuperare a ritmo di ripetute. Insomma, era tutta una corsa.

Non ho mai perdonato mio zio Vincenzo per aver assecondato sua madre, dandogli in mano un’arma così pericolosa. Anni dopo mi disse: “Dovevi imparare a correre più forte della Virga”. Che grande Runner Motivator.

Non vorrei che di mia nonna, da questo racconto, ne uscisse un quadro di una donna severa, rigida e dal cuore di pietra. In effetti, a volte, era pure peggio. Gli ultimi giorni di vacanza mia nonna riuscì a farmi arrivare al punto che, dopo aver dormito e prima di fare i giochi, recitassi tutto un rosario seduto al suo fianco.

Per finire.

Ricordo ancora quel giorno in cui mi arrampicai sulla vetrinetta della sala da pranzo, rischiando di cadere tirandomi dietro quell’enorme mobile di formica, solo per arrivare a prendere la Virga che era stata attentamente nascosta sull’ultimo ripiano. Appena avuta tra le mani non aspettai neanche il tempo di scendere che la ruppi in una ventina di pezzettini per poi gettarla dal balcone.

Avevo però capito la lezione: rispetta sempre la tabella e non fare mai arrabbiare il tuo Personal Coach.

*La Virga la scrivo con le V maiuscola per rispetto e perchè ancora oggi, il solo nominarla, mi mette in soggezione.

**Silacco: sfregio lasciato da una botta o da un colpo. Di solito si definisce silacco una ferita senza fuoriuscita di sangue di forma lunga e sottile.

 

Revisione e correzione by Andrea Piras

 

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