Anche i Runner piangono

Ebbene sì: anche i runner più temerari, quelli che escono a correre con 10 gradi sotto zero alle 7 di mattina il giorno di Natale, che si fanno dei trail da 120 km con 5000 metri di dislivello, che si gettano nel fango, che rischiano il loro tendine rotuleo (e l’osso del collo) per una vertical di 3 km ma soprattutto che vanno a correre anche se la moglie aveva detto che si andava al Centro Commerciale, ebbene si, anche questi ogni tanto piangono.

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Saranno le endorfine, sarà l’emozione di tagliare un traguardo importante, sarà la felicità di tornare a correre dopo un lungo periodo di stop ma sta di fatto che anche i runner più tenaci trovano nel pianto un momento di scarico importante.

Esistono infatti diversi motivi per cui piangere fa bene al nostro organismo:

  • Il pianto è un anestetizzante naturale;
  • Libera dalle tossine che causano lo stress;
  • Quando piangi ti “fai” di oppiacei e ossitocina, ormoni che hanno la capacità di calmare il dolore;
  • Viene liberato del magnesio nel nostro corpo. Che fa benissimo.

Noi del Tapascione abbiamo chiesto ad alcuni nostri follower quando è stata l’ultima volta che hanno pianto e per quale motivo. Ecco le tre testimonianze che ci hanno colpito di più.

Marzia: “Due mesi fa, stavo correndo lungo il torrente che costeggia il mio paese, una corsetta di 8 km. Ad un certo punto mi sono sentita talmente felice che ho iniziato a pingere mentre correvo. Più piangevo più aumentavo il passo. Correvo come se stessi facendo la volata a 100 metri dal traguardo. E stato un pianto liberatorio. Erano mesi che ero ferma per una fascite plantare. Ogni volta che riprovavo a correre era un calvario. Sentivo quel maledetto fastidio. Ma quel giorno, quel giorno no. Ho corso senza sentir nessun dolore ed è stato bellissimo.

PaoloRun: “Ho pianto durante la mia ultima maratona, novembre 2015. Vorrei raccontarvi che è stato mentre tagliavo il traguardo ma purtroppo non è stato così. Durante il nono km ho sentito un riacutizzarsi di una vecchia infiammazione che già mi aveva dato fastidio durante gli ultimi lunghi di carico: tendine rotuleo. Verso l’undicesimo km però non sentivo più nulla, il fastidio era sparito, pensavo quindi fosse stato un falso allarme. Al sedicesimo però, durante la discesa di un cavalcavia, una forte fitta sotto il ginocchio mi ha paralizzato, non sono riuscito nemmeno ad appoggiare il piede e sono caduto rovinosamente sull’asfalto. Ho iniziato a piangere come non avevo mai fatto. Non riuscivo nemmeno a rialzarmi. A parte le varie escoriazioni dovute alla caduta la cosa peggiore è stato il crollo psicologico. Per settimane ho staccato i ponti con tutti gli amici runner e mi sono scollegato dalle pagine facebook dedicate al podismo. Sentire/leggere i racconti dei tapascioni e sapere che per altre 6/7 settimane non avrei potuto correre mi faceva stare troppo male. Oggi, finalmente, sto iniziando a vedere l’alba.

JackTriasen: “Non c’è un’ultima volta. Ogni volta è come la prima volta. L’emozione è sempre bellissima. E non c’è un motivo di tristezza o felicità. Piango e basta. Amo i trail e amo correre ascoltando i suoni delle natura. Ma c’è un luogo in cui ogni volta adoro fermarmi, mettermi le cuffie, ascoltare un brano di musica classica (spesso metto su: I Giorni, Manon Clemènt) e guardo il paesaggio. Un luogo talmente bello ed incantato da lasciarti senza fiato. Non dirò mai a nessuno dove si trova perchè è il posto in cui riesco ad essere veramente me stesso e in cui trovo le risposte che cerco. Quando sono triste mi vesto e vado a correre lì. Guardo le colline, le montagne innevate alle loro spalle, il fumo del camino di una baita poco lontano, il ruscello che attraversa il sentiero, gli animali che fanno la loro vita incuranti del fatto che io sia li, seduto ad osservarli. Guardo e mi chiedo cosa servirebbe di più all’uomo per essere felice. Eppure…

 

Image bogdan ionescu / Shutterstock, Inc.

 

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